Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta».
Giovanni 2:3-4
Gesù rispettò tutta la legge dall’inizio alla fine della Sua vita sulla terra. Fu puro, perfetto, senza alcun dubbio (Ebrei 4:15). E sappiamo che nella legge è scritto di onorare i propri genitori. Per questo, a prima vista, la risposta che diede a Maria può sembrare almeno un po’ dura.
Anzitutto, usando il termine “donna”, il Signore non volle insultarla, né mancarle di rispetto, ma sicuramente fu una forma di distanza intenzionale, quasi formale. Come se avesse detto “signora”, o “madre” senza entrare nella dinamica familiare come unica chiave interpretativa della Sua identità.
La cosa ancora più forte, poi, è la domanda retorica che le pose: “Che c’è tra me e te?”. Come a dire: “Senza offesa, mamma, ma questa tua richiesta non può determinare la mia azione”. E subito dopo aggiunse il motivo: “Non è ancora giunta la mia ora”.
Eppure Gesù non stava respingendo l’osservazione di Sua madre. Infatti, poco dopo intervenne e compì il miracolo. Ma allora, perché parlare in questo modo se poi avrebbe agito comunque?
Probabilmente, per dimostrare che la Sua identità e la Sua missione non erano governate dai legami terreni, ma dalla volontà del Padre (Giovanni 5:19). Gesù era il figlio buono e rispettoso di Maria, ma prima di tutto era Figlio del Padre celeste. La Sua obbedienza primaria non era verso le aspettative umane, nemmeno quelle più legittime e affettive, ma verso il piano eterno di Dio.
Per questo motivo, la Sua risposta non fu freddezza, ma rivelazione. Stava mostrando che nessuna relazione umana, per quanto preziosa e reale, poteva esercitare autorità sulla Sua missione. Nemmeno Sua madre secondo la carne aveva un “canale privilegiato” che potesse guidare le Sue opere. Tutto era sotto la direzione suprema del Padre.
Quando dopo Gesù trasformò l’acqua in vino, non rispose a un’esigenza familiare, ma diede un segno della potenza del Padre che era in comunione con Lui.
Anche il nostro legame con Gesù non si basa su appartenenze naturali. Non è la nostra famiglia a darci accesso a Lui, ma la fede individuale (Giovanni 1:12). Allo stesso modo, anche se non cresciamo in una famiglia credente, possiamo convertirci. Nessuna storia personale, nessun contesto familiare, nessuna distanza può escludere qualcuno dalla Sua grazia.
Cristo stava dimostrando che il privilegio spirituale non deriva da un legame umano. Lo aveva già fatto altrove, quando alla donna che esaltava il grembo che Lo aveva portato rispose: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!” (Luca 11:27-28). E ancora quando, guardando i discepoli, disse: “Chi è Mia madre e chi sono i Miei fratelli?” indicando chi fa la volontà di Dio come la Sua vera famiglia (Marco 3:33-35).
Il miracolo di Cana fu una rivelazione della priorità assoluta di Gesù: fare solo la volontà al Padre, senza concorrenza, senza interferenze, senza eccezioni.
Ed è proprio questo che rende il Vangelo così buono per noi. Perché se l’accesso a Gesù dipendesse da meriti familiari, morali o spirituali, nessuno potrebbe avvicinarsi davvero a Lui. Ma se il criterio è la fede, allora chiunque può essere salvato. La Sua obbedienza non vacilla, e il Suo amore non dipende dalle nostre condizioni, ma dalla volontà di Dio stesso, l’unico in grado di salvarci.





