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Nessuno nasce credente

Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l’andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell’aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli. Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri.

Efesini 2:1-3

Credere in Dio non è qualcosa che si può ereditare. Non si nasce credenti e nessuno è destinato al cielo per natura, perché l’umanità porta su di sé il peso del peccato originale, entrato nel mondo attraverso Adamo ed Eva (Romani 5:12). Un figlio di credenti non possiede alcun vantaggio davanti a Dio per quanto riguarda la vita dopo la morte. Per questo si dice che Dio non ha nipoti, ma soltanto figli: ognuno deve avere una relazione personale con Lui e riconciliarsi con il Padre per essere salvato (Giovanni 1:12).

Ogni essere umano ha bisogno di convertirsi a Dio; non diventiamo credenti per natura, per tradizione o per semplice educazione religiosa. Anche il credente più spirituale, il missionario più fervente, prima di convertirsi era morto spiritualmente. Perché per credere in Dio bisogna prima conoscere Dio. E per conoscerlo è necessario incontrarlo. E per incontrarlo bisogna che qualcuno ce ne parli e, soprattutto, che lo Spirito Santo compia un’opera straordinaria nel nostro cuore: convincerci che Dio esiste, che siamo peccatori, che Gesù è realmente vissuto, che è morto e risorto per pagare il nostro debito.

Il punto centrale di questo passo di Efesini è proprio che tutto questo non ci appartiene “di default”: prima di credere eravamo morti nelle colpe e nei peccati. Se Dio ti ha convertito e ora credi in Lui, non significa che non peccherai più. Purtroppo il peccato rimane una realtà con cui fare i conti. Tuttavia, una differenza fondamentale, evidenziata nello stesso passo, è che prima ti abbandonavi volontariamente al peccato, seguendo l’andamento di questo mondo, mentre ora lo conosci.

Non si tratta necessariamente di comportamenti apertamente immorali o di una vita dissoluta. Semplicemente, prima di conoscere Dio non sapevi davvero cosa fosse giusto o sbagliato ai Suoi occhi e, di conseguenza, invece di combattere il peccato, gli cedevi. Potevano essere pensieri, parole, abitudini apparentemente innocue, ma vivevi con un’altra mentalità.

Paolo afferma che questo è lo “spirito” che continua ad abitare negli uomini ribelli, cioè in coloro che non hanno ancora creduto. E ci richiama all’umiltà ricordandoci che tutti noi eravamo ribelli un tempo, quando i desideri della carne e i nostri pensieri andavano deliberatamente contro Dio, senza alcun conflitto interiore.

Ed è proprio questo il cambiamento, la conversione: quando comprendi ciò che Cristo ha fatto sulla croce per te, pur vivendo ancora in un corpo soggetto alle tentazioni, inizi ad amare Dio e a odiare il peccato. Nasce in te una riconciliazione con il bene, con la purezza e con la santità di Dio (Romani 8:5-9). È un processo che dura tutta la vita: il Signore ti avvicina a Sé trasformandoti attraverso la Sua Parola e mediante l’azione del Suo Spirito Santo.

Ricorda però che per natura eravamo tutti uguali, “figli d’ira” come gli altri. L’unica vera differenza tra un credente e un non credente è la fede in Gesù Cristo: ciò che separa i due gruppi sono una mente e un cuore che guardano a Dio e lottano, pregano perché desiderano compiere la Sua volontà, mentre gli altri continuano a vivere senza tener conto di Lui.

Guarda al miracolo che Dio fa in te ed ama gli altri di conseguenza. Nessuno nasce salvato, ma Dio può salvare chiunque, per grazia, attraverso Gesù Cristo.